Yesterday, il film del 2019. Commedia romantica su un What If improbabile

C’è veramente bisogno di scomodare i beatles per una commedia romantica?

Yesterday, una commediola romantica del 2019 che si basa sul grande what if di un mondo senza Beatles. (E senza Coca-Cola, sigarette e Harry Potter).

I più grandi successi musicali della storica band inglese vengono cancellati con un colpo di spugna, i Beatles non sono mai esistiti (e quindi John Lennon è ancora vivo) e l’unica persona a ricordare gli eventi del nostro tempo è Jack Malik, interpretato da  Himesh Patel. Jack, di fatto è un musicista fallito che non ha nulla di interessante da dire. Per questo, utilizzerà Let it be, Help, All you need is love e molte altre canzoni per scalare il tanto desiderato successo musicale, aiutato da Ed Sheeran, che riconosce nei suoi testi un genio insuperabile. (Grazie tante Ed!)

Quello che non convince, in un gradevole film distensivo come questo, è il motivo per cui tutta questa vicenda debba sempre, e inevitabilmente, andare a concludersi nella storiella d’amore di lui che ha capito che il successo è vano senza la donna dei suoi sogni accanto. (Ovvero Ellie Appleton, la sua storica amica e fan numero uno che da sempre accompagna Jack in tutti i suoi fallimentari concerti, interpretata da Lily James.)

Himesh Patel e Lily James nella locandina del film Yesterday
Himesh Patel e Lily James nella locandina del film Yesterday

L’amore litigarello dei due fidanzatini diventa così all’improvviso più importante della domanda di base e cioè: perché solo io ricordo i Beatles e la Coca-Cola? Che stradiavolo è successo? Sono pazzo io? Veramente non sono mai esistiti e quindi sono illuminato dal Signore per i testi che scrivo? E così via.
Insomma, la domanda interessante del “Che mondo sarebbe senza Beatles?” diventa scusa per i più abusati cliché della commedia romantica, e nonostante questo si potesse già capire dai primi frame, è snervante sapere che si producano sempre gli stessi film di cui già si conosce il finale, senza sorpresa alcuna.
Il film, nella sua messa in scena si dimostra sufficientemente freddo e distaccato, senza un reale approfondimento emotivo e caratteriale dei personaggi. Qui e lì possiamo trovare sprazzi di humor tipicamente inglese, che ne rende gradevole la visione, ma certamente non basta un repertorio epocale come quello dei Beatles e una pop star acclamata come Ed Sheeran per sollevare le sorti di un film che ha tutta l’idea di essere una fan fiction molto acerba.
Forse più di tutto Richard Curtis, lo sceneggiatore del film, voleva omaggiare la sua Inghilterra con una commedia esemplare.  E d’altra parte Danny Boyle, regista di questo film, ha cercato di dare la sua visione. Purtroppo, non sono sufficienti i grandi nomi del creatore di Mr. Bean e del regista di Trainspotting per dare una leva autoriale al film, (anche se penso non fosse questo l’intento) e una volta finita la visione di questo, per quanto gradevole e leggero possa essere, rimangono domande senza risposta. Si ha l’impressione di un film che ha tenuto a debita distanza lo spettatore con il suo sguardo distaccato sui fatti, rendendo un what if semplicemente non sense.


Potete recuperare questo film su Prime Video!

C’era una volta ad Hollywood, l’addio alle scene di Tarantino

C’era una volta la grande Hollywood. Quella fatta di divi e di stelle, quella dei rotocalchi e di grandi première. Quella di attori irraggiungibili e di registi affermati, quella che ha creato grandi capolavori e personaggi intramontabili, iconici. Insomma, c’era una volta la Hollywood a cui si guardava con fascino e ammirazione, talmente alta da essere irraggiungibile.

E poi c’è un punto di rottura.  Quello che divide la Hollywood della Golden Age a quella che conosciamo oggi, che cambiò una volta per tutte l’immaginario qualunquista di una La La Land patinata. Si tratta del brutale assassinio di Sharon Tate, incinta al nono mese e moglie del regista Roman Polansky, uccisa per mano della Manson’s Family.  Da quel drammatico giorno, i pacifisti anni sessanta, caratterizzati da hippie e utopie libertine possono dirsi conclusi. Parte da questa idea il film C’era una volta a Hollywood,(2019) da una storia d’amore dal triste epilogo. E Quentin Tarantino, noto per i suoi film cruenti con scene d’azione mozzafiato, poteva farsi sfuggire l’occasione di ritrarre su pellicola l’omicidio efferato di una donna incinta prossima al parto? No, assolutamente, si sarebbe tirato dietro tanta di quella merda che ancora ne staremmo a parlare. Decide invece di manipolare storicamente l’accaduto in una maniera più furba. Inserisce due personaggi fittizi mai realmente esistiti, interpretati da Brad Pitt e Leonardo DiCaprio (così il pieno in sala è assicurato) e costruisce su di loro una storia meravigliosa. 

Brad Pitt Leonardo DiCaprio

Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) è un attore televisivo in declino che, dopo aver vissuto di gloria riflessa dei suoi western, tenta di ritornare sul mercato. Il suo galoppino/ stunt-man /migliore amico Cliff Booth (Brad Pitt) è sempre pronto a sostenerlo e a sistemargli l’antenna della TV.  Tra gli illustri vicini di casa di Dalton c’è ovviamente Sharon Tate (Margot Robbie), attrice e moglie del regista Roman Polanski, ma purtroppo, a incupire il tutto, troviamo la presenza di Charles Manson (Damon Herriman) e dei dannati hippie che lo circondano, aka “la Family”. Saranno gli eroi immaginari a salvare le sorti di un tragico destino con l’unica scena di azione finale in pieno stile Tarantiniano. 

Tralasciando il fatto che qualcuno dovrebbe dire a Margot Robbie che una donna incinta al nono mese non saltella come fa lei, e che si vede lontano un miglio che quella è una palla da pilates sotto la maglia, il film devo dire, è molto scorrevole e piacevole. Si tratta nello specifico di una lunga narrazione parallela di eventi, di cui ci può importare relativamente poco, perché lo spettatore medio conosce già l’accaduto, vuole solo vedere come lo gestirà il regista, come ci si arriva. 

Tarantino, nei suoi precedenti film, ha battezzato il suo personale canone di regista sanguinario feticista dei piedi. Solo che stavolta non gli tira molto di metterci quella firma, aspira piuttosto a una revisionismo storico ben fatto. Di per sé non ci sarebbe alcun problema, anzi, sta andando benone ma poi, a quanto pare, dalla produzione gli ricordano chi è, ed ecco che inserisce inquadrature di piedi femminili sporchi a casaccio. Se ne sentiva proprio il bisogno. Anche perché, se in tre quarti di film non c’è ancora stato uno sbudellamento adrenalinico in stile action movie, allo spettatore potrebbe anche venire il dubbio di aver preso il biglietto sbagliato, di non star guardando l’ultimo film di Tarantino. Ma i piedi sporchi sono la risposta alla domanda di un film diretto da Quentin. 

Ora arriviamo al punto. C’è chi ha definito questo film “la summa di un artista che ha cambiato come pochi il mezzo cinematografico”, “uno spettacolo incredibile”, “non puoi capire che figata”, “è Tarantino quindi è figo per forza”.
Ci si aspetterebbe da un regista uscente dalla carriera cinematografica proprio questo. Ma io ci ho visto qualcos’altro. 

È un messaggio significativo da dare per un addio ai grandi schermi, che sembra auto lodare e consacrare il suo lavoro compiuto negli anni. Perché scegliere proprio quell’evento come sceneggiatura del suo ultimo film?

Prendendo la decisione di trattare un tragico omicidio hollywoodiano e cambiandone la successione degli eventi, firmandolo con il suo stile e il suo canone feticista e cruento, Tarantino ci lascia un grande messaggio narcisistico: “Io non ho solamente salvato Sharon Tate, io ho salvato il cinema.”

Saint Quentin Tarantino
San Tarantino ha salvato il cinema!
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Madre! Allegorie e visioni del destino umano

Darren Aronofsky, già regista di Requiem for a dream e Il cigno nero, ci regala una cupa allegoria nel suo film del 2017 Madre!. Si tratta di un film complesso e, per ammissione dello stesso regista, simbolico.

La visione ambientale e biblica del regista lascia ben poche speranze, dipingendo un Dio egocentrico e senza controllo. Un Dio che crea, che ama sua moglie, – la Madre di tutto – ma che fa ben poco per difenderla, permette alla sua preziosa umanità di mettere in un angolo il bene più prezioso, il paradiso che infettano come parassiti, ma che nonostante tutto, continua a rigenerarsi dal male ogni volta.

È dal  momento in cui, per la prima volta, entra un estraneo in casa che si percepisce un forte senso di disagio nel personaggio di Jennifer Lawrence, protagonista della pellicola. Nonostante la sua forte devozione nei confronti del poeta, Javier Bardem, non riesce a capacitarsi del fatto che lui abbia bisogno di compagnia altrui per abbattere la noia, e si sente giustamente messa da parte. Lui è in una palese crisi creativa, lei gli ha ricostruito casa dopo un incendio devastante. Ma tutte le sue cure preziose sono nulle, e arriva Adamo, che porta con sé Eva, che porta i figli Caino e Abele, il quale primo ammazza il secondo in una cruenta scena. Da quel momento, la pozza di sangue creata dall’omicidio fratricida crea nella casa un danno irreparabile al pavimento, che mai si rimarginerà. Lo stesso sangue, che cola fino allo scantinato, ne corrode il muro e ne fa aprire una porta rimasta fino ad allora segreta: è la porta degli inferi.

Nonostante il suo continuo elargire bene e aiuto, con la sua sempre più flebile richiesta di intimità, tutti gli ospiti non invitati della casa-paradiso la ignorano e maltrattano. Considerano il poeta come un padrone di casa dal cuore grande e lei… come una sguattera.

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mother! Lawrence

In occasione del rituale funebre dedicato ad Abele, altri ospiti violano la villetta di campagna, comportandosi nel peggiore dei modi e ignorando completamente Lei e le sue legittime richieste di rispetto verso la propria dimora. La rottura volontaria di un lavandino provoca così il diluvio universale che fa fuggire momentaneamente gli ospiti indesiderati, i cosiddetti “peccatori”, donando alla coppia un periodo di ritrovata intimità dove Lei diventa incinta.

La dolce attesa di Madre fa ritrovare la creatività perduta al poeta, ma come specifica, sia il lieto evento in arrivo, che la storia di Adamo, della perdita di suo figlio, dell’umanità. In altre parole, la sua felicità non è dovuta interamente dal rapporto con la moglie, che è ormai minimo, ma sopratutto è data dall’amore di sconosciuti nei suoi confronti. Il poema, “bellissimo” che il poeta riesce a scrivere dopo l’ispirazione, è già stato dato tempestivamente all’editore, (Mosè con le tavole della legge?) Che lo pubblica e riscontra un immediato successo. 

Nuovi e numerosi ospiti spinti dalle toccanti parole del poema sono pronti a violare nuovamente il casolare, per incontrare il suo compositore, sempre più assetato di potere e approvazione, estasiato nei confronti di un’umanità crudele e distruttiva che però – in quanto Dio – non può fare a meno preferire, a discapito di Madre Natura.

mother! 2017 film Aronofsky

In una situazione di completo caos e di guerriglie nasce il messia, e non tardano ad arrivare i primi doni dagli ospiti (Re Magi). Nonostante il pianto e le suppliche di Madre, Dio, con l’inganno, strappa il neonato dalle sue braccia, “perché lo vogliono vedere dai” e lo consegna nelle mani della barbara umanità, che, passandoselo a mo’ di pallone, gli spezza l’osso del collo e ne mangia il corpo. Dopo aver assistito alla scena inerme, Madre urla di dolore e viene colpita ferocemente dall’umanità imbestialita. Dio, tardivamente, tenta di difenderla, ma per Lei è l’ultima goccia: finalmente apre le porte degli inferi e incendia quella casa maledetta, abitata da parassiti incuranti dal poeta passivo-permissivo. Tutto brucia, Lei compresa, ma una sola persona sopravvive, si tratta, com’è chiaro, del poeta, pronto a dar moto a una nuova genesi di egocentrismo, strappando il cuore dal petto di Madre e trasformandolo in un cristallo prezioso. Il gioco è pronto a ripartire.

Madre! È un film che per molti versi fa arrabbiare. Questa allegoria biblica, unita ai paragoni coi disfacimenti della peggio umanità, fa venir voglia di non tifare per nessuno, se non per la Terra. Fa nascere un desiderio di ateismo, di non essere mai nati per non inquinare così la nostra casa, fa provare un forte dispiacere per le sorti dell’unica madre che ha bisogno di devozione. 

Non sarà un Dio laissez-faire a decidere le nostre sorti o a proteggerci, siamo noi gli artefici del nostro destino.

Non è dio che ci ha creati, è la terra che ci ha permesso di essere ancora qui, vivi, ma se la facciamo arrabbiare, lei ci spazzerà via con una sola vampata di fuoco.

Tu non mi hai mai amato, amavi solo il mio amore per te.

Madre
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mother! film locandina

Halston: un nuovo successo per Ryan Murphy

Dal romantico e creativo Gianni Versace all’ambizioso Roy Halston Frowick: che Ryan Murphy sia fascinato dal mondo della moda è indubbio e riesce sempre a rendere ancora più spettacolari le vite dei monarca del lusso. La miniserie, adattamento del libro Simply Halston di Steven Gaines del 1991 (pubblicato ad un anno dalla sua morte), ripercorre la carriera dall’apice all’abisso dello stilista, interpretato da un eccezionale Ewan McGregor.

Questa serie, sicuramente romanzata ed imprecisa a livello biografico, sembra suggerire che la vena artistica sia sinonimo di sofferenza e di sbagli relazionali. Ma deve essere sempre così?  Halston è un personaggio nel quale non è facile rispecchiarsi o a empatizzare particolarmente. Ci viene accennato alla sua infanzia difficile, relegata a esigui flashback e a qualche parola del protagonista, forse troppo poco per giustificare i suoi sbagli, il suo egocentrismo e la sua dipendenza da droghe. 

Halston mc gregor e halston vero

La miniserie tenta di raccontare il suo passato, come qualsiasi biografia, ma senza farci entrare totalmente nella vita di Halston ma piuttosto facendoci rimanere sulla soglia, accecati da ciò che lo stilista vuole lasciarci vedere. Una scelta apprezzabile, senza dubbio, avvalorata da una serie di interpretazioni ben riuscite.

L’importanza di un nome

Mentre Gianni creava per far sentire una donna sicura e a suo agio, Halston crea per gonfiare il suo brand elitario. È il suo nome ciò che conta, tutti dipendono da lui, dalla sua vanità e dai suoi sbalzi d’umore. La sensazione che si prova guardando la serie è che si sia tentato di dipingere Halston come un genio incompreso, bravo e dannato ma che la realtà dei fatti sia molto lontana. Quando Halston crea qualcosa, a volte è un successo, si, ma lo diventa sopratutto perché lui comprende a pieno, prima di tutti, l’importanza degli influencer. Un’unica donna speciale, come Liza Minelli, può portare in alto il suo brand e farlo diventare iconico. La sua amicizia con l’attrice e cantante, interpretata da una sorprendente Krysta Rodriguez, è una delle poche relazioni stabili della sua vita.

Un’Halston bravo ma che non si applica, come direbbe la maestra, che crea solo perché praticamente costretto a farlo, lui che disegnava cappelli, la sua passione nata per rincuorare la madre, e ora è costretto a creare vestiti, perché i cappelli non vanno più di moda. Rubacchia qualche idea a un giovane tossico promettente e la sua prima collezione è pronta, ma non è veramente sua. C’è solo la sua firma. Se si impegna riesce a stupire, come avviene per le sue applicazioni dell’Ultrasuede, ma inizia a frequentare lo Studio 54 e tutto lo sfarzo che ne consegue, quindi il cappellaio diventa matto: inizia a fare uso di cocaina quotidianamente e ormai il suo ego è volato talmente in alto che nessuno lo riesce più a recuperare. Siamo molto lontani dal genio della moda ispirato. Siamo negli anni ’80 con tutto il loro eccesso. Halston non vuole svendersi, ma deve farlo: il suo puntare in alto non gli sta portando profitto. Quindi il suo bel nome tanto caro (in tutti i sensi) inizierà a diventare commerciale, industriale come una catena di montaggio. Lo si ritrova in una linea di valigie, di calze, persino per una Airlines. Halston è ovunque, a portata di tutti. E se tutti possono avere qualcosa, che senso ha averla? È più importante la sua aura lussuosa e prestigiosa, al punto da fare paragoni con altri marchi, da esserne invidioso.  Ma Halston firma un accordo con i grandi magazzini JCPenney, facendo, prima di tutti, quello che poi avrebbero fatto gli altri grandi marchi: rendere pop il lusso.

So chi sono. So cosa sono. Sono un artista ma mi interessano solo i soldi ora. E ne voglio fare tanti per andare incontro al tramonto.

Il tentativo da parte della miniserie di umanizzare Halston e far vedere tutte le sue paure e fragilità è concentrato nell’ultima puntata, dedicata al declino dello stilista, quando scopre la sua malattia e svende totalmente il suo nome. Qui si riesce a comprendere il suo animo tormentato e, grazie ad alcune recensioni positive date dai suoi costumi disegnati per un balletto, Halston riscopre (o scopre) la voglia di creare qualcosa di vero dettato dalle sue emozioni. In un commovente momento finale lo stilista rivede le sue creazioni più ispirate nella sue carriera sfilare davanti a lui e gli dedica un applauso commemorativo, a ciò che è stato e che poteva essere. 

Non so quanto possa essere fuorviante questa serie, quanto talento effettivo avesse Halston. Ciò che è certo è che lo stilista ha commesso innumerevoli sbagli e che Halston non si è mai più ripreso il suo nome.

Liza e Halston

Hai già letto la mia recensione su Scream Queens di Ryan Murphy? La trovi qui!

Insatiable, le accuse di una serie cancellata

Insatiable. Una serie che poteva dare molto di più, e invece è stata cancellata dopo solo due stagioni da Netflix. Non ne conosco il motivo, probabilmente, coi tempi che corrono, l’ironia può essere una lama tagliente. Sopratutto se sfocia nel camp e nel black humor. Sopratutto in questi anni in cui tutto deve essere per forza egualitario, quando, come già sappiamo bene, la vita non è per niente egualitaria. Insatiable era una gran serie. Era comica, irriverente, sopra le righe. Creava situazioni inverosimili portandole al limite. E ovviamente ha scatenato polemiche.

Calcando lo stampo dei vecchi film adolescenziali anni ’80-’90, ci troviamo di fronte a una ragazza bruttina e grassoccia che, per qualche motivo, cambia completamente il suo aspetto e diventa improvvisamente la più topa di tutti. Solo che qui il motivo scatenante della trasformazione della protagonista è alquanto singolare: Patty litiga con un senzatetto per una merendina e lui le spacca la mascella, costringendola ad una dieta liquida. Da questo momento, aiutata dal suo avvocato con un pallino per i concorsi di bellezza, inizierà a solcare i vari palchi d’America, con l’unico obbiettivo di diventare reginetta di bellezza.

Insatiable lavora principalmente su due livelli: da una parte c’è la comicità stravagante e assurda, dall’altra il tentativo di comunicare dei valori al suo pubblico. È  una serie dal tono umoristico, che prende in giro i luoghi comuni, che si, fa anche del black humor, ma  c’è altro. Insatiable porta a galla il problema dell’accettazione della propria immagine, dei disturbi alimentari, del cibo come unico sfogo da una vita che si vorrebbe a tutti i costi cambiare. E forse, farlo con questi toni sfacciati risulta molto più efficace del classico film drammatico strappalacrime. Perché, detta con altre parole, la vera comicità è quella che fa ridere e pensare allo stesso tempo. Si tenta di far strappare un sorriso insomma, riflettendo sull’amarezza del fatto che certe dinamiche siano reali. E posso godere di una serie leggera e contemporaneamente  mi lascia qualcosa su cui riflettere e pensare successivamente. 

insatiable recensione

Le accuse di grassofobia

Chiariamolo subito: non c’è alcun fat-shaming in Insatiable. Non punta il dito contro i grassi per dire che magro è meglio. Invece, ti dice che il tuo aspetto non vale niente se non sei “bella dentro”. Il problema di Patty non è quello di essere stata grassa, ma di essere sempre stata una brutta persona.

La serie discute invece dei disturbi alimentari. Patty cambia esteticamente, ma deve combattere con i suoi demoni interiori ogni giorno. 

Patty, al contrario di quello che possa apparire dal suo aspetto, è una persona orribile. Non sa come affrontare le situazioni, è troppo istintiva, vuole vendicarsi di anni di bullismo subito. (Ah, e commette pure qualche omicidio).  Il rapporto con il suo corpo rimane conflittuale, lei continua a non avere sicurezza di sé, e per questo cerca continue certezze, dai personaggi, orribili quanto lei, alle gare di bellezza, assurde solo per il solo fatto di esistere. Le priorità di Patty sono completamente sbagliate e il cibo è una dipendenza, il suo unico modo di affogare i problemi che non sa affrontare.

Il disturbo alimentare è un disturbo psichiatrico che non riguarda meramente il peso, ma bensì un’alterazione della percezione del proprio corpo. Questo, la serie, lo fa capire molto bene ed è inequivocabile. Nonostante sia improvvisamente diventata magra, la protagonista si riconosce ancora nel nomignolo maligno che le è stato affibbiato: Fatty Patty. Inoltre, ricordiamo che il cosiddetto binge-eating è molto diffuso ma è estremamente raro che sia il cardine di un’intera trama di una serie o un film, come in questo caso. Risulta quindi positivo che se ne parli, anche se non a tutti può piacere il tono umoristico.

Patty è fortemente insicura e questo è comprensibile dal suo atteggiamento verso le avversità. Oltre al fatto di colpevolizzarsi continuamente, la serie sembra suggerire che la causa del grande disagio che porta Patty a riversarsi sul cibo, sia in realtà sua madre. Infatti Patty viene incolpata da lei per ogni singola cosa e quando le due litigano per l’ennesima volta, Patty si sente abbandonata. Nel tentativo disperato di colmare il vuoto lasciato dalla madre, Patty porta a casa una torta. E nel silenzio assordante di una casa vuota, si siede ed inizia a mangiare. Boccone dopo boccone l’unico suono percepito è quello dei suoi denti che masticano la torta. Sfido chiunque abbia visto questa scena a non essersi sentito minimamente toccato. Qui si riesce a capire chiaramente quanto possa diventare complicato il rapporto con il cibo e quanto possa fare male. In quale modo questo può essere definito “fat shaming”?

insatiable torta

Insatiable governa bene alcuni momenti di comicità e altri di sensibilizzazione, ma lo scopo della serie non è unicamente quello di affrontare un problema. Infatti, i suoi personaggi non evolvono mai veramente, non imparano dai loro errori, ma rimangono impantanati nelle loro stesse cattive azioni.

Per concludere, Insatiable è una serie sì, camp, sì, irriverente, sì, ha dei tratti semplicistici ma lo spettatore medio non ha bisogno di grandi romanzi per conoscere i mali del mondo.  Ciò che rende il prodotto vincente non è la denuncia fatta, o la minoranza che va a legittimare, ma il modo in cui lo fa.

Le polemiche seguite dalla pubblicazione della serie sino alla sua cancellazione nascono dal più grande male che affligge l’essere umano: il politicamente corretto. Nel timore di essere definiti insensibili, omofobi o razzisti, si finisce con il condividere mediocri banalità, e cancellare, tagliare, equalizzare tutto. Ma ricordiamoci che non deve essere compito del regista o sceneggiatore che sia di educare il pubblico, il loro scopo è ben diverso, quello di raccontare una storia, vera o meno,  filtrata artisticamente dai suoi occhi. Lo spettatore invece può condividerne o meno il punto di vista, ma appunto, ciò che vede non può essere così semplicisticamente “tutta la realtà”, ma un film, un prodotto di fantasia. E come tale dobbiamo imparare a trattarlo.

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La La Land: un film che ci ricorda di sognare proprio quando non siamo più in grado di farlo.

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La La Land non a caso è uno dei miei film preferiti. Ricordo che la prima volta che lo vidi al cinema mi commosse, e uscii di sala felice e speranzosa in un periodo che per me era tra i più indefiniti. Nonostante il finale sia “triste” o non sia il classico happy ending che tutti si potevano aspettare, il viaggio svolto nel film mi aveva riempita di voglia di rincorrere i miei sogni. Ad oggi, in un periodo in cui i cinema sono calpestati come zerbini e fare l’artista è un’idea sconsiderata e sciagurata, vedere questo film fa un po’ male. Perché il mondo è pieno di artisti talentosi, ma per i più rimarrà una chimera. Prima, durante e dopo il covid. Tralasciando questo forte senso di amarezza (chi me lo fa fare di studiare cinema nel 2021?) Proviamo a sviscerare un po’ i punti che più mi hanno colpito. Per cominciare, la musica, chiave del film, parla quando le parole non sono sufficienti. È  diegetica, cioè all’interno della storia, in un tutt’uno con i personaggi e il loro vissuto, ci permette di farci sentire le loro emozioni in un modo più stretto. Nonostante il clima nostalgico vecchia Hollywood e le scenografie favoleggianti è una storia che colpisce più intimamente di quel che ci si aspetterebbe.

planetarium lalaland

Another Day of sun

Perché forse in quella città sonnolenta

Lui si siederà un giorno, le luci sono spente

Lui vedrà la mia faccia e penserà a come mi conosceva

La La Land parla di sogni da inseguire, ad ogni costo. La La Land è il film in cui si rispecchierebbe chiunque abbia un minimo di ambizione e di voglia di inseguire un sogno, appartiene a chi, in altre parole, non si accontenta. È per chi ha vissuto almeno una volta, o continua a vivere  una passione urgente, un fuoco impellente in grado di cancellare ogni cosa si metta contro il proprio sogno,spinti dalla sola volontà di realizzare un  desiderio di successo e approvazione.

Mia e Sebastian rappresentano i sognatori per eccellenza, bramosi di vivere la propria vita esprimendo l’arte in  cui si identificano: per Sebastian è il Jazz, per Mia è il cinema.

Per un’artista, trovare sostegno al proprio sogno è importante quasi quanto raggiungere il proprio obiettivo. Sono l’amore ed il sostegno reciproco il motore dei rispettivi sogni di gloria. La tenacia ad inseguire la propria ambizione è essenziale anche quando il rapporto tra i due comincia a stridere, perché nonostante tutto il sogno è più importante, forse più importante dello stare insieme.

Per quanto i due ragazzi si amino, la vita ed il loro desiderio di successo li porterà più volte fuori strada rispetto all’obiettivo di partenza che sarebbe stato solo quello di essere felici.

Una voce che dice, io ci sarò e tu starai bene

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Dedicato ai folli e ai sognatori

Saltò, senza guardare

E cadde nella Senna

L’acqua era gelida

Passò un mese a starnutire

Ma disse che l’avrebbe rifatto

La chiave è riprovarci. Ancora. La canzone di Mia durante l’audizione, “The fools who dream” racchiude la vera essenza del film. Per quanto folle possa essere buttarsi in un fiume d’inverno, se ti fa stare bene, rifallo ancora. Metaforicamente parlando, ovviamente. 

Nella canzone, Mia rivela anche di ricondurre che l’ispirazione a tentare la carriera di attrice derivi proprio da quell’aneddoto raccontato dalla zia, che utilizzava per dimostrarle che “un po’ di follia è la chiave per darci nuovi colori da vedere”, anche se non sappiamo dove questo ci porterà. Un elogio a quel pizzico di follia che contraddistingue il talento di un’artista che osa alla ricerca di una scintilla, per quanto a volte possa sembrare sciocco.

Andarsene e inseguire un sogno, o restare con l’amore della tua vita? Nel caso di Mia e Sebastian, forse alcune scelte differenti avrebbero potuto salvare il loro legame, ma siamo sicuri che ci sarebbe stato spazio per la realizzazione dei sogni di entrambi, senza sacrificare l’amore? Se, per esempio, Sebastian avesse seguito Mia a Parigi, probabilmente non avrebbe aperto il Seb’s. Sarebbe comunque sempre stata una vittoria a metà per entrambi, consolati forse dal loro amore. Come è stata infine una vittoria a metà, consolati unicamente dal loro lavoro gratificante. 

Una magnifica scena finale ci mostra il finale ideale, quello che i due protagonisti forse sognavano maggiormente, e che, ostinati dal desiderio di personale successo ormai raggiunto, non hanno avuto. Forse il sogno più appagante sarebbe stato semplicemente quello di stare insieme e basta.  Ma, mentre Mia e Sebastian si scambiano l’ultimo malinconico, ma nonostante tutto, sereno sguardo, Chazelle lascia che la decisione spetti al pubblico.

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Favolacce, Fratelli D’Innocenzo, 2020

Ma che bel film. Esteticamente, a livello di cura registica, una meraviglia. Ma rimane solo quello.

Favolacce è una bellissima confezione di squallore narrativo. Un film che non lascia altro che inquadrature lente, in una trama che non è ben chiara, sembra quasi scritta appositamente per lasciare libero spazio alla creatività registica. Magari i fratelli D’Innocenzo sono i regnanti assoluti del videomaking, ma lo stesso non si può dire della loro ultima storia.

Colpa mia, sicuro, che non sono ancora in grado di capire il dialetto biascicato romano. Avrei messo volentieri i sottotitoli ma su Amazon Prime non c’era questa possibilità. Favolacce è un film che ancora una volta si fa grande grazie alla cultura cinematografica romanocentrica. Sarebbe stato ugualmente un bel film se fosse stato in un piemontese stretto o veneziano? Magari no, ma sarebbe stato diverso dagli altri.

Perché nessuno parla veneziano nei film? Io lo guarderei un film così. Vuoi mettere invece far capire le parole degli attori? Magari avrei capito la trama, la direzione della storia, avrei evitato un esasperante replay su praticamente ogni scena, nella speranza di intuire una parola che desse validità al discorso. Mannaggia.

Ma torniamo per un secondo a quel che vedo, e non a quel che non posso sentire. Questi bambini di periferia, con questa depressione che assolutamente non si addice alla loro età. Avrei tanto voluto capire il perché delle loro gesta immotivate. Sono giunta alla conclusione, per me ovvia sin da subito, che quella mentalità, troppo vecchia per l’infanzia, gli sia stata incollata a forza, per scaturire sdegno gratuito nello spettatore. E fare delle belle inquadrature introspettive. Volgarità gratuite disseminate qua e là, senza che fosse richiesto e senza che un film del genere ne abbia realmente bisogno, come il padre che si masturba in giardino (ma perché???) o la ragazza che va a scuola, scrocca un biscotto al bimbo, tira fuori una tetta e ci mette il latte. (Davvero?) O la stessa ragazza che propone al bimbo una scopata dato che questo ha “tanti soldi” in mano. (Dov’è il #cancelnetflix per pedofilia ora?)

E il professore di scienze? Perché fa quello che fa? Perché aiutare dei bambini a morire? Se il senso è che i bambini non vogliono diventare grandi perché odiano quella realtà, allora cosa ci azzecca un professore adulto che gli fa costruire una bomba? Questo è veramente il mondo in cui viviamo? Questo dovrebbe essere un dipinto generazionale o che cosa? Cosa?

L’impressione finale a vedere questo film è che i fratelli D’Innocenzo si siano fatti grandi… masturbazioni sulle loro capacità tecniche, vendendo un prodotto sostanzialmente vuoto e privo di vera originalità. Tante le domande dopo questa visione, una fra tutte: qual’è il punto? Cosa vuoi dirmi con questo?

Lo so bene, non tutti possono essere bravi genitori. La vita è difficile. E sti cazzi? Non penso minimamente che questo film assomigli, anche solo alla lontana, alla nostra società odierna. Credo piuttosto che sia solo una visione estremizzata, costruita per intenti manieristi, che lascia un vuoto incredibile. C’è chi osanna il film. Io no. L’equazione: belle inquadrature che estetizzano lo schifo = capolavoro non è per forza vera. Forse sarebbe ora che si cominciasse a pensare un po’ più seriamente alla trama e alla sceneggiatura. E riprendiamo i corsi di dizione, che ci sono tanti studiosi del teatro e della recitazione disoccupati.

favolacce recensione 2020
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Bowling for Columbine, di Michael Moore, 2002

La cultura della paura

È il 20 aprile 1999 quando Eric Harris e Dylan Klebold, due dinamitardi con gravi problemi di depressione, arrivano alle 11.10 alla Columbine High School. Una volta giunti alla Columbine, i due armarono due bombe al propano da 9 kg. Poco prima dell’arrivo degli studenti, la coppia entrò nella mensa e vi piazzò borse contenenti ordigni; ogni bomba doveva esplodere alle 11:17 circa. Piazzate le bombe alla mensa, entrambi tornarono alla propria auto in attesa delle esplosioni: avevano pianificato di aprire il fuoco contro gli studenti che scappavano dalle uscite principali in preda al panico. Nel ritorno alla propria auto, Harris incontrò Brooks Brown, un compagno di classe, nel parcheggio. Brown si avvicinò all’amico e lo sgridò perché aveva saltato il compito in classe. Harris, stando a quanto Brooks dichiarò in seguito, gli rispose: «Brooks, mi sei simpatico. Ora va’ via di qui, va’ a casa.» Quando i due compresero che le bombe in mensa non erano esplose, i due si armarono e si incamminarono verso la mensa. Salirono poi in cima alle scale dell’entrata ovest, il punto più alto del campus. Alle 11.20 i due estrassero i loro fucili a pompa e cominciarono a sparare sui compagni di scuola.

Quel giorno, Eric e Dylan uccisero 13 persone e ne ferirono altre 24.

Si dice che i due studenti fossero soliti giocare a bowling.

columbine 1999

Questo il punto di partenza del documentarista Michael Moore per tracciare un preoccupante bilancio che avvolge gli Stati Uniti in una fobia tutta americana sulla difesa personale, le armi da fuoco e la cultura della paura offerta dai media. Un documentario partecipativo, dove le azioni del regista vanno a modificare la realtà che lo circonda -come il suo incontro con i superstiti e la lotta contro la K-Mart- che tuttavia rischia di non convincere a pieno per via della tematica un po’ troppo vasta. Infatti, la strage di Columbine è solo una piccola goccia all’interno dell’oceano della cultura della paura, tema effettivo del documentario. Partendo da Littleton e dalle interviste ai suoi cittadini, si passa poi a constatare che negli usa è troppo facile possedere un’arma da fuoco: persino una banca regala un fucile se sei disposto ad aprire un conto nella loro filiale.

“Ecco la prima domanda. Non pensi che sia un po’ pericoloso distribuire armi in una banca?”

Moore documentary

È inevitabile, dopo il famigerato 11 settembre la gente è spaventata, non sa come reagire, nel dubbio compra un fucile. Secondo Moore è tutta colpa dei telegiornali, che invece di tranquillizzare la popolazione la terrorizzano, vendendo ogni giorno un nuovo nemico da abbattere. Dopo le lamette nelle mele di Halloween, arrivano le api africanizzate, temibili api assassine. C’è sempre qualcosa da cui doversi difendere.

E quale sarebbe il nemico numero 1 degli americani? L’uomo nero.  “Se c’è qualcosa su cui puoi contare sempre è la paura che l’America bianca ha dell’uomo nero”, dice Moore nel suo film. Ed è così. Gli Stati Uniti detengono il triste record di uccisioni per arma da fuoco e la domanda che si pone Moore, alla quale tenta di rispondere con questo documentario è come si sia arrivati a questo e perché. Oltre la paura dell’uomo nero, del diverso che “ci vuole far del male” abbiamo anche la povertà, come nel caso citato nel film di Dedrick Owens, artefice della più giovane sparatoria a scuola (aveva solo sei anni). La madre Tamarla venne incolpata di non essere stata attenta a cosa stava facendo il figlio, che aveva trovato una pistola nella casa in cui risiedevano.

“Tamarla non lo vide portare la pistola a scuola perché era sul pullman dello Stato che la portava a fare drink e cioccolatini per i ricchi”.

Anche qui i media restano complici dell’aver strumentalizzato una disgrazia, e Charlton Heston, insensibile al dolore di una comunità, non manca di fare un bel comizio in favore del possesso delle armi dopo ogni strage. Moore interviene e dice la sua, come sempre, andando a casa di Heston, richiedendo a gran voce delle scuse pubbliche. 

Come già detto, sono molteplici i temi apportati a sostegno della tesi di Moore e cioè che l’America vive e respira nella paura, per questo vi è un abuso di armi. Ma tutte queste tematiche rischiano di confondere e di apportare inevitabili semplificazioni. Vi è indubbiamente un grande lavoro di ricerca, ma quel che rimane di Columbine viene disperso da altre interviste ed approfondimenti che, nonostante siano in linea col tema, rischiano di essere un po’ prolissi.

“Se guardate il TG l’America sembra un posto da paura”

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L’odio – La Haine di Mathieu Kassovitz, 1995

È la storia di una società che precipita, e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene.
ma il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

odio Kassovitz

“Ma siete proprio dei gran cafoni, noi vorremmo anche parlare con voi, voi subito, dio sa perché, siete così aggressivi, chiaro che poi uno vi tratta male.” Questa è la battuta più cortese e gentile nel film, ma che comunque scatena la risposta: “Chi cazzo ti credi di essere, ti spacco la faccia.” Nel film si parla di violenza spesso ingiustificata, gratuita, ottusa. Eppure, è proprio la violenza l’ultimo ed unico mezzo dei disperati. È un contesto sociale fatto di rabbia e frustrazione, che vede messa in un angolo la periferia francese. È la tensione che nasce ghettizzando gli stranieri e le classi sociali più povere.

Il film è ambientato nei bassifondi parigini e il contesto è reale. In quegli anni durante un controllo, un ragazzo viene pestato a sangue da un poliziotto e ricoverato d’urgenza in ospedale. Ciò provoca rivolte e tumulti da parte dei giovani.

La periferia, il “ghetto” fatto da quartieri dormitorio atti a delinquere, ha come portavoce tre ragazzi: Hubert, Vinz e Said, tre ragazzi molto diversi tra loro ma accomunati dall’odio contro la polizia. Hanno storie di vita travagliate, padri e fratelli in carcere, famiglia da sfamare. Non sono praticamente scolarizzati, quasi analfabeti e tutto quello che sanno lo hanno imparato dalla strada, unica maestra di vita. Vinz un giorno trova una pistola persa da un poliziotto, decide che se il ragazzo pestato dai poliziotti morirà, lui si vendicherà uccidendo uno sbirro.

Come già detto, i ragazzi non conoscono altra via che la violenza, sono teste calde pronte ad esplodere al primo sguardo sbagliato. Il mondo pare avercela con loro, colpevole di averli messi in questa situazione disastrosa senza uscita. È una catastrofe annunciata, come si anticipa all’inizio del film:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.”
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

Storia che viene ripresa nel finale, simbolo di una società destinata a schiantarsi, senza poterlo evitare. Il film è un lungo, agognato crollo verso il suolo, meta inarrestabile, scandito sistematicamente dalle ore che passano nell’ultima giornata dei protagonisti.

Nel particolare, molto spazio viene dedicato per raccontare gli abusi delle forze dell’ordine contro le classi sociali più deboli, che insorgono in una guerriglia civile. Un tutti contro tutti, odio scatena odio, come ci viene ricordato da Hubert all’interno del film, in una spirale di violenza senza fine. Ma allora quale può essere la soluzione? Per i protagonisti non c’è alcuna via d’uscita, solo il loro destino segnato dalla nascita, lo schianto al suolo.

Il film non chiede allo spettatore di immedesimarsi nei protagonisti, che non sono assolutamente eroi, anzi, nulla di più lontano. Cerca invece di portare a galla quel malessere sociale da troppo tempo ignorato. Il film nasce dunque da un’urgenza, da un’ossessione civile: narrare e denunciare il funzionamento delle periferie e degli abusi di poteri da parte delle forze dell’ordine.

Kassovitz non gira in bianco e nero per rendere “L’odio” una pellicola elitaria o nostalgica del passato, semplicemente crede che nessun colore sia più importante del volto grigio della periferia, gli serve da filtro quando il sangue avrebbe reso la scena inutilmente splatter.

L’odio non è un film che estetizza, da ammirare tecnicamente, piuttosto va apprezzato per il contesto in cui è stato girato, per la sua potenza sociale, per il coraggio di denunciare situazioni estreme e insopportabili, oltre che per essere un ritratto dei bassifondi di Parigi molto fedele. È un film di finzione ma che si basa su fatti realmente accaduti, come dimostra l’incipit del film stesso: mentre scorrono i titoli di testa, vengono mostrate delle immagini di guerriglia urbana in una banlieu parigina, delle immagini di archivio effettive, che mostrano il contesto reale, quindi avvicinando lo spettatore al genere documentario, più che quello di finzione.

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