Insatiable, le accuse di una serie cancellata

Insatiable. Una serie che poteva dare molto di più, e invece è stata cancellata dopo solo due stagioni da Netflix. Non ne conosco il motivo, probabilmente, coi tempi che corrono, l’ironia può essere una lama tagliente. Sopratutto se sfocia nel camp e nel black humor. Sopratutto in questi anni in cui tutto deve essere per forza egualitario, quando, come già sappiamo bene, la vita non è per niente egualitaria. Insatiable era una gran serie. Era comica, irriverente, sopra le righe. Creava situazioni inverosimili portandole al limite. E ovviamente ha scatenato polemiche.

Calcando lo stampo dei vecchi film adolescenziali anni ’80-’90, ci troviamo di fronte a una ragazza bruttina e grassoccia che, per qualche motivo, cambia completamente il suo aspetto e diventa improvvisamente la più topa di tutti. Solo che qui il motivo scatenante della trasformazione della protagonista è alquanto singolare: Patty litiga con un senzatetto per una merendina e lui le spacca la mascella, costringendola ad una dieta liquida. Da questo momento, aiutata dal suo avvocato con un pallino per i concorsi di bellezza, inizierà a solcare i vari palchi d’America, con l’unico obbiettivo di diventare reginetta di bellezza.

Insatiable lavora principalmente su due livelli: da una parte c’è la comicità stravagante e assurda, dall’altra il tentativo di comunicare dei valori al suo pubblico. È  una serie dal tono umoristico, che prende in giro i luoghi comuni, che si, fa anche del black humor, ma  c’è altro. Insatiable porta a galla il problema dell’accettazione della propria immagine, dei disturbi alimentari, del cibo come unico sfogo da una vita che si vorrebbe a tutti i costi cambiare. E forse, farlo con questi toni sfacciati risulta molto più efficace del classico film drammatico strappalacrime. Perché, detta con altre parole, la vera comicità è quella che fa ridere e pensare allo stesso tempo. Si tenta di far strappare un sorriso insomma, riflettendo sull’amarezza del fatto che certe dinamiche siano reali. E posso godere di una serie leggera e contemporaneamente  mi lascia qualcosa su cui riflettere e pensare successivamente. 

insatiable recensione

Le accuse di grassofobia

Chiariamolo subito: non c’è alcun fat-shaming in Insatiable. Non punta il dito contro i grassi per dire che magro è meglio. Invece, ti dice che il tuo aspetto non vale niente se non sei “bella dentro”. Il problema di Patty non è quello di essere stata grassa, ma di essere sempre stata una brutta persona.

La serie discute invece dei disturbi alimentari. Patty cambia esteticamente, ma deve combattere con i suoi demoni interiori ogni giorno. 

Patty, al contrario di quello che possa apparire dal suo aspetto, è una persona orribile. Non sa come affrontare le situazioni, è troppo istintiva, vuole vendicarsi di anni di bullismo subito. (Ah, e commette pure qualche omicidio).  Il rapporto con il suo corpo rimane conflittuale, lei continua a non avere sicurezza di sé, e per questo cerca continue certezze, dai personaggi, orribili quanto lei, alle gare di bellezza, assurde solo per il solo fatto di esistere. Le priorità di Patty sono completamente sbagliate e il cibo è una dipendenza, il suo unico modo di affogare i problemi che non sa affrontare.

Il disturbo alimentare è un disturbo psichiatrico che non riguarda meramente il peso, ma bensì un’alterazione della percezione del proprio corpo. Questo, la serie, lo fa capire molto bene ed è inequivocabile. Nonostante sia improvvisamente diventata magra, la protagonista si riconosce ancora nel nomignolo maligno che le è stato affibbiato: Fatty Patty. Inoltre, ricordiamo che il cosiddetto binge-eating è molto diffuso ma è estremamente raro che sia il cardine di un’intera trama di una serie o un film, come in questo caso. Risulta quindi positivo che se ne parli, anche se non a tutti può piacere il tono umoristico.

Patty è fortemente insicura e questo è comprensibile dal suo atteggiamento verso le avversità. Oltre al fatto di colpevolizzarsi continuamente, la serie sembra suggerire che la causa del grande disagio che porta Patty a riversarsi sul cibo, sia in realtà sua madre. Infatti Patty viene incolpata da lei per ogni singola cosa e quando le due litigano per l’ennesima volta, Patty si sente abbandonata. Nel tentativo disperato di colmare il vuoto lasciato dalla madre, Patty porta a casa una torta. E nel silenzio assordante di una casa vuota, si siede ed inizia a mangiare. Boccone dopo boccone l’unico suono percepito è quello dei suoi denti che masticano la torta. Sfido chiunque abbia visto questa scena a non essersi sentito minimamente toccato. Qui si riesce a capire chiaramente quanto possa diventare complicato il rapporto con il cibo e quanto possa fare male. In quale modo questo può essere definito “fat shaming”?

insatiable torta

Insatiable governa bene alcuni momenti di comicità e altri di sensibilizzazione, ma lo scopo della serie non è unicamente quello di affrontare un problema. Infatti, i suoi personaggi non evolvono mai veramente, non imparano dai loro errori, ma rimangono impantanati nelle loro stesse cattive azioni.

Per concludere, Insatiable è una serie sì, camp, sì, irriverente, sì, ha dei tratti semplicistici ma lo spettatore medio non ha bisogno di grandi romanzi per conoscere i mali del mondo.  Ciò che rende il prodotto vincente non è la denuncia fatta, o la minoranza che va a legittimare, ma il modo in cui lo fa.

Le polemiche seguite dalla pubblicazione della serie sino alla sua cancellazione nascono dal più grande male che affligge l’essere umano: il politicamente corretto. Nel timore di essere definiti insensibili, omofobi o razzisti, si finisce con il condividere mediocri banalità, e cancellare, tagliare, equalizzare tutto. Ma ricordiamoci che non deve essere compito del regista o sceneggiatore che sia di educare il pubblico, il loro scopo è ben diverso, quello di raccontare una storia, vera o meno,  filtrata artisticamente dai suoi occhi. Lo spettatore invece può condividerne o meno il punto di vista, ma appunto, ciò che vede non può essere così semplicisticamente “tutta la realtà”, ma un film, un prodotto di fantasia. E come tale dobbiamo imparare a trattarlo.

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Chiara Ferragni Unposted: la meta e come arrivarci

È passato già un anno dalla sua uscita e a conti fatti, cosa rimane da dire di questo documentario? Che cosa lascia? Unposted è un film che ben poco ha del cinema del reale, anzi, è costruito fino all’ultimo dettaglio, a partire dalla sua estetica glamour.

A conti fatti, si sarebbe voluto sapere di più sulla protagonista, scoprire veramente qualcosa di “Unposted” su di lei, sulla sua storia, si sarebbe voluto entrare nel dettaglio delle situazioni con la morbosa curiosità che si dedica ad una star inavvicinabile. Perché in fin dei conti, quel che sappiamo su Chiara Ferragni è solo quello che Chiara Ferragni vuole farci sapere. E forse non basta più qualche home movie a farci empatizzare con una figura tanto amata e tanto odiata.

Ma anziché far rimanere questo film come mero materiale per i fans, cerchiamo invece di trovare dei risvolti interessanti e degni di analisi.

“Comportati come la Chiara che vorresti essere”. Quante volte possiamo dire di fare lo stesso? Questo mantra, che Chiara ripete pressoché in ogni situazione, mi ha affascinato subito. In psicologia, questa tecnica viene anche chiamata Fake it until you make it. Questa tecnica è utilissima ogni qualvolta ci si senta bloccati, quando non si riesce a prendere decisioni o si è afflitti dalla cosiddetta “sindrome dell’impostore”, ovvero quel momento in cui si mettono in dubbio le proprie capacità e ci si chiede se una cosa la si merita davvero.

Qual’è la versione migliore di me? Può migliorarmi o demotivarmi? Visualizzarci più forti può aiutare il raggiungimento del nostro goal, tuttavia, obbiettivi troppo ambiziosi e irrealistici potrebbero agire in maniera opposta e demotivarci. Se attraverso una ricerca dei nostri valori riusciamo a chiederci che cosa è realmente importante per noi e allo stesso tempo raggiungibile a piccoli passi, capendo che quei valori non sono solo mete da raggiungere ma direzioni per vivere meglio la nostra vita, ecco che questo metodo funziona perfettamente.

Forse è questo il messaggio più importante che lascia Unposted, insieme ad un’altra tecnica, detta Movie of my Life: “Se non mi accadessero queste cose brutte, gli spettatori non potrebbero mai empatizzare con me, quindi è necessario che le cose vadano male, per poi andare bene”. Questa tecnica si basa sul vedere la propria vita come un film, da spettatore. Permette di prendere il giusto distanziamento emotivo dalle situazioni che a volte potrebbero affliggerci troppo e vederle con chiarezza.

Quindi, tirando le somme: il film lascia poco di detto sulla vita personale di Chiara, ma lascia un consiglio prezioso. Visualizzare noi stessi migliori e prendere le distanze da avvenimenti negativi può essere importante in ogni situazione della vita. Personalmente, cercherò di applicare più spesso questi consigli, e voi?

chiara ferrigni unposted recensione
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