Halston: un nuovo successo per Ryan Murphy

Dal romantico e creativo Gianni Versace all’ambizioso Roy Halston Frowick: che Ryan Murphy sia fascinato dal mondo della moda è indubbio e riesce sempre a rendere ancora più spettacolari le vite dei monarca del lusso. La miniserie, adattamento del libro Simply Halston di Steven Gaines del 1991 (pubblicato ad un anno dalla sua morte), ripercorre la carriera dall’apice all’abisso dello stilista, interpretato da un eccezionale Ewan McGregor.

Questa serie, sicuramente romanzata ed imprecisa a livello biografico, sembra suggerire che la vena artistica sia sinonimo di sofferenza e di sbagli relazionali. Ma deve essere sempre così?  Halston è un personaggio nel quale non è facile rispecchiarsi o a empatizzare particolarmente. Ci viene accennato alla sua infanzia difficile, relegata a esigui flashback e a qualche parola del protagonista, forse troppo poco per giustificare i suoi sbagli, il suo egocentrismo e la sua dipendenza da droghe. 

Halston mc gregor e halston vero

La miniserie tenta di raccontare il suo passato, come qualsiasi biografia, ma senza farci entrare totalmente nella vita di Halston ma piuttosto facendoci rimanere sulla soglia, accecati da ciò che lo stilista vuole lasciarci vedere. Una scelta apprezzabile, senza dubbio, avvalorata da una serie di interpretazioni ben riuscite.

L’importanza di un nome

Mentre Gianni creava per far sentire una donna sicura e a suo agio, Halston crea per gonfiare il suo brand elitario. È il suo nome ciò che conta, tutti dipendono da lui, dalla sua vanità e dai suoi sbalzi d’umore. La sensazione che si prova guardando la serie è che si sia tentato di dipingere Halston come un genio incompreso, bravo e dannato ma che la realtà dei fatti sia molto lontana. Quando Halston crea qualcosa, a volte è un successo, si, ma lo diventa sopratutto perché lui comprende a pieno, prima di tutti, l’importanza degli influencer. Un’unica donna speciale, come Liza Minelli, può portare in alto il suo brand e farlo diventare iconico. La sua amicizia con l’attrice e cantante, interpretata da una sorprendente Krysta Rodriguez, è una delle poche relazioni stabili della sua vita.

Un’Halston bravo ma che non si applica, come direbbe la maestra, che crea solo perché praticamente costretto a farlo, lui che disegnava cappelli, la sua passione nata per rincuorare la madre, e ora è costretto a creare vestiti, perché i cappelli non vanno più di moda. Rubacchia qualche idea a un giovane tossico promettente e la sua prima collezione è pronta, ma non è veramente sua. C’è solo la sua firma. Se si impegna riesce a stupire, come avviene per le sue applicazioni dell’Ultrasuede, ma inizia a frequentare lo Studio 54 e tutto lo sfarzo che ne consegue, quindi il cappellaio diventa matto: inizia a fare uso di cocaina quotidianamente e ormai il suo ego è volato talmente in alto che nessuno lo riesce più a recuperare. Siamo molto lontani dal genio della moda ispirato. Siamo negli anni ’80 con tutto il loro eccesso. Halston non vuole svendersi, ma deve farlo: il suo puntare in alto non gli sta portando profitto. Quindi il suo bel nome tanto caro (in tutti i sensi) inizierà a diventare commerciale, industriale come una catena di montaggio. Lo si ritrova in una linea di valigie, di calze, persino per una Airlines. Halston è ovunque, a portata di tutti. E se tutti possono avere qualcosa, che senso ha averla? È più importante la sua aura lussuosa e prestigiosa, al punto da fare paragoni con altri marchi, da esserne invidioso.  Ma Halston firma un accordo con i grandi magazzini JCPenney, facendo, prima di tutti, quello che poi avrebbero fatto gli altri grandi marchi: rendere pop il lusso.

So chi sono. So cosa sono. Sono un artista ma mi interessano solo i soldi ora. E ne voglio fare tanti per andare incontro al tramonto.

Il tentativo da parte della miniserie di umanizzare Halston e far vedere tutte le sue paure e fragilità è concentrato nell’ultima puntata, dedicata al declino dello stilista, quando scopre la sua malattia e svende totalmente il suo nome. Qui si riesce a comprendere il suo animo tormentato e, grazie ad alcune recensioni positive date dai suoi costumi disegnati per un balletto, Halston riscopre (o scopre) la voglia di creare qualcosa di vero dettato dalle sue emozioni. In un commovente momento finale lo stilista rivede le sue creazioni più ispirate nella sue carriera sfilare davanti a lui e gli dedica un applauso commemorativo, a ciò che è stato e che poteva essere. 

Non so quanto possa essere fuorviante questa serie, quanto talento effettivo avesse Halston. Ciò che è certo è che lo stilista ha commesso innumerevoli sbagli e che Halston non si è mai più ripreso il suo nome.

Liza e Halston

Hai già letto la mia recensione su Scream Queens di Ryan Murphy? La trovi qui!

Scream Queens, un’ode alla scorrettezza

Scream Queens, la serie tv creata da Ryan Murphy, non si guarda di certo per il suo intreccio narrativo.
Non è di certo il capolavoro della serialità, né ha fatto il boom di ascolti che ci si aspetterebbe dal creatore di Glee e American Horror Story.

Più semplicemente, Scream Queens è una serie che non è stata capita a fondo dal suo pubblico.
L’idea era quella di creare uno show comico che fosse una parodia dei più classici cult movie dell’orrore.
Purtroppo ha avuto poco seguito e a considerarla fantastica siamo rimasti solo io e altri quattro.
Ma Scream Queens è davvero geniale, dico sul serio, ed è tutto quello di cui hai bisogno dopo una lunga giornata nel 2021, accerchiato dalla generazione Z che dialoga con asterischi e ti fa sentire frustato (frustat*) ogni volta che apri la bocca.

scream queens and red devil

La gente si lamenta che le confraternite sono esclusive, un sistema classista. 
Beh, sorpresa, la vita è un sistema classista e le confraternite sono gli unici posti al mondo dove si può ancora scegliere di chi circondarsi.
Quell’esemplare obeso di rifiuto umano che toglie vomito di bulimica dal tappeto è la signora Bean, la chiamo “Prissy Bianca” perché è scema come la schiava di Via col Vento.

Chanel Oberlin

In una battuta Emma Roberts le piglia tutte: classismo, razzismo, body-shaming, disturbi alimentari e perché no, sessismo.
Ed ecco perché funziona. Chanel Oberlin non è altro che la caratterizzazione estrema della mean girl, una bionda stupida e cattiva, una macchietta che finisce col suscitare ilarità per le situazioni grottesche nelle quali è coinvolta.
E forse è proprio grottesco, la parola chiave. 
Scream Queens non è trash, come molti potrebbero pensare, è una serie camp, che fa un uso smoderato dell’eccentricità e della stravaganza, portando al limite del surreale la storia.
Nella serie, oltre a un linguaggio frenetico e senza controllo, si fa uso delle più svariate citazioni cinematografiche, come quella su Psycho che vede protagonista un altro grande personaggio della serie, se non il migliore di tutti, Jamie Lee Curtis, nelle vesti del decano Munsch. 

Jamie Lee Curtis è chiaramente un’attrice di altissimo livello, versatile, che parte dal genere horror firmando tutta la saga di Halloween e si destreggia altrettanto bene, proprio come suo padre, nel comico, in Una poltrona per due.
Per chi non lo sapesse, questo pilastro di attrice, nasce dall’unione di altri due grandissimi attori della storia del cinema: papà Tony Curtis, divo holliwoodiano degli anni  ’50 e ’60, famoso – tra le altre – per essere stato coprotagonista in A qualcuno piace caldo con Marilyn Monroe, e mamma Janet Leigh, la bionda hitchockiana di Psycho.

È comprensibile quindi che da fan sfegatata di Hitchcock quale sono, mi sia letteralmente messa ad urlare di gioia quando ho visto Jamie Lee Curtis rifare la scena di Psycho in una serie dissacrante come Scream Queens. Ma questo non è stato l’unico dettaglio a catturare il mio cuore.

scream queens psycho decano Munsch

Se il femminismo pretendeva uguale trattamento per le donne, e il nuovo femminismo diceva che uomini e donne hanno diversità di ruoli ma sono complementari, allora credo che potremmo riassumere il nuovo nuovo femminismo in quattro semplici parole. Le donne sono… Migliori! 
In fondo le prove sono davanti ai nostri occhi! Se pensate a tutta la storia dell’umanità, aggiungendo le guerre, i genocidi, tutte le oppressioni, la violenza, lo sfruttamento, la decadenza dello spirito umano, tutte queste cose, che hanno in comune? Gli uomini! 
Allora magari, dico, magari, non sono solo posti come la Wallace University a stare meglio con una donna al comando, forse staremo tutti meglio se una donna comandasse in tutto il mondo! Esatto!

Decano Cathy Munsch

Attenzione!
Nella serie i valori del femminismo, e di tutto ciò che è “politicamente corretto” sono indubbi.
Ma si usano spesso battute come questa per portare a galla la parte tossica dell’estremismo dei valori. Ridiamo perché sappiamo che esiste, perché si sa che è sbagliato, ma va benissimo così perché in un contesto comico di parodia come quello in cui ci troviamo, questa sorta di black humor è concessa. Perché è palpabile la finzione e lo scherno dietro la sceneggiatura.
Ecco un ottimo motivo per recuperare questa serie del 2015 immediatamente, disponibile su Disney+. (Cosa che trovo altamente ironica ma ok).
Forse non avrà lo scopo di smuovere coscienze o a farvi smettere di utilizzare l’asterisco per cancellare il genere di una parola, però, magari, vi aiuterà a ridimensionare ciò che è lecito nel politicamente corretto e a identificare quello che è invece un estremismo.

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